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La leggenda di Angela
Vorrei
raccontare una leggenda che si racconta per intimorire i bambini.
Angela,
era una ragazza con i capelli rossi e ricci, e gli occhi verdi.
Angela amava le cose semplici, fatte in casa, aveva quindici anni e già
aiutava il padre ad infarinare il pane ed a fare le brioches.
La madre era morta quando aveva sei anni, quando si sentiva sola si stendeva
su un campo di grano, le piaceva quando il vento le soffiava tra i capelli
scompigliandoglieli.
Il suo libro preferito era “Il Gabbiano “ di Jonathan Livingston,
perché le consentiva di viaggiare con la mente dove nessun altro
poteva arrivare, le sue fantasie erano come bolle di sapone, fragili, belle
ed inoltre sapevano volare molto in alto prima di scoppiare improvvisamente
e risvegliarla bruscamente nella realtà.
Un giorno entrò in soffitta a curiosare tra le vecchie cose, spesso
andava in soffitta per vedere i vecchi giocattoli di sua madre come se cercasse
la sua presenza in ogni cosa, anche un piccolo ricordo era prezioso per
lei perché le avrebbe consentito di ricostruire piccoli frammenti
di quelle immagini sfuocate.
La soffitta era un posto buio che di notte faceva paura, proprio come quelle
descritte mille volte dagli scrittori di libri gialli.
Per terra
vide un cappello di paglia, tolse il velo che ricopriva uno specchio e lo
provò. Se lo tolse soddisfatta imitando una di quelle modelle tanto
famose e tanto pagate solo per vestirsi con degli abiti firmati. Si affacciò
alla finestra e sembrava che la luna da lassù volesse guardarla.
Angela continuò a specchiarsi, prima di andarsene toccò lievemente
la superficie dello specchio, dapprima liscia che ora iniziava a deformarsi
formando piccoli cerchi concentrici, Angela la toccò di nuovo e venne
“attirata” dentro lo specchio. Si guardò intorno ma non
vide niente intorno a sé, solo il vuoto.
Sentì arrivare una persona alle spalle e si voltò di scatto,
era sua madre.
Sembravano due gocce d’acqua, stessi occhi, stesse mani, l’unica
variante era l’età. Lo sguardo della madre sembrava spento
o addirittura quasi assente come se quella che avesse davanti non fosse
sua figlia ma un’estranea. Angela corse per abbracciarla, ma la madre
le fece cenno di starle lontana perché se l’avesse anche solo
toccata sarebbe rimasta imprigionata anche lei nello specchio.
Non sapeva spiegare il perché di tutto questo, ma sapeva che doveva
almeno abbracciarla, era stanca di sentire ogni giorno di più il
peso della malinconia e della tristezza.
Decise che anche se fosse rimasta nello specchio non le sarebbe importato.
Fu un abbraccio durato poco ma carico di significato.

Dopo un istante, si ritrovò sopra uno scoglio circondato da gabbiani,
provò a parlare e persino ad urlare, ma era tutto inutile perché
ormai era diventata un gabbiano e tutto ciò che riusciva ad emettere
erano suoni stridenti.
Federica L. 1^ BL

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